8.10.2006

NON capisco. E NON mi adeguo.

A sorpresa (ma neanche troppo…) Alessandro Mantovani, sul Manifesto dell’11 giugno 2006, scrive che tutto sommato la commissione parlamentare sul G8 di Genova potrebbe non essere utile. Anzi, di più, potrebbe risultare controproducente.

Per sostenere la sua tesi, Mantovani nel suo articolo mischia affermazioni condivisibili (sulla regia e sullo svolgimento della mattanza genovese) ad altre al limite della banalità, ricordando l’inutilità storica delle commissioni in Italia e la loro strumentalizzazione fatta in passato.

Molte di quelle affermazioni possono essere confutate, ma altri si sono già assunti questo compito, svolgendolo egregiamente. Fra gli altri segnaliamo Enrica Bartesaghi, Presidente del Comitato Verità e Giustizia per Genova, e alcuni avvocati del team legale (http://www.reti-invisibili.net/veritaegiustizia/articles/art_7781.html).

Ma è sulla frase iniziale dell’articolo di Mantovani che mi voglio soffermare. Un po’ perché quella frase, senza troppi giri di parole, mi fa incazzare, un po’ perché da essa discende "a cascata" tutto il resto: "Del G8 di Genova sappiamo abbastanza". Concetto, peraltro, ribadito ed esteso poco più avanti: "Ma oggi grazie a una parte della magistratura, delle forze dell'ordine e della stampa - più quella genovese che quella nazionale, allevata a pane e Viminale - del G8 sappiamo quasi tutto…".

Del G8 genovese NON si sa "abbastanza". Anzi, il Paese in generale ne sa poco o nulla, ma aggiungerei pure che quel poco lo si deve più all’opera capillare (e faticosa, e lenta, e dolorosa…) dell’informazione alternativa su internet, e non certo "a una parte della magistratura, delle forze dell'ordine e della stampa".

Non capisco, sinceramente non capisco dove vuole arrivare Mantovani col suo pezzo. Se, ripeto, l’analisi di base può essere condivisibile, le conclusioni mi sembrano segnare una doppia sconfitta (della ragione e della politica). Una sconfitta ancora più grave perché sembra unita ad un pessimismo e ad una indifferenza di fondo. "Le commissioni parlamentari non sono mai servite a nulla. Per cui non serviranno mai", sembra sostenere l’autore dell’articolo.

Io credo che la Giustizia non passi solo per le aule dei tribunali (peraltro anche in quelle aule non sempre ha vita facile...). Passa anche per la società, di cui il Parlamento dovrebbe fare parte integrante e rappresentarne, per certi versi, il motore propositivo di evoluzioni e correzioni di rotta rispetto al passato. Ad una commissione non si chiede di sostituirsi all’aula di un tribunale, ma di andare al di là delle sole responsabilità individuali, individuando cause ed effetti di una gestione dell’ordine pubblico che a Genova (ma pure prima E dopo…) è stata criminale, per evitarne il ripetersi in futuro.

E’ da un po’ di tempo che, purtroppo, lo slogan caro al Movimento ai tempi di Genova, "un altro mondo è possibile" non gode di buona salute. Sembra finito in soffitta, senza neppure che si sia provato a dargli concretezza. Voglio provare a riscriverlo oggi, dicendo che "un altro mondo sarà possibile se troveremo un altro modo di fare politica". E quel "modo" passa anche dalla Commissione sul G8 del luglio 2001.

La commissione non è un fine, ma un mezzo. Dovremmo ricordarcelo tutti. E conseguentemente, invece che arrovellarci sul fallimento di questo mezzo in occasioni passate, potrebbe essere più utile rimboccarci le maniche per sostenere la richiesta di una nuova Commissione d'inchiesta sui giorni del G8. Lo dobbiamo a quelli che a Genova c’erano e hanno sofferto per quella che Amnesty International ha definito "la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale".

Francesco "baro" Barilli, di Ecomancina.com

8.04.2006

Rifondazione Comunista: a Piacenza stop alla multiutility (da Libertà di domenica 30 luglio).


«Grave deficit democratico se il presidente di Enìa Andrea Allodi traccia scenari nuovi mai discussi né all'interno della coalizione né nelle sedi istituzionali.«Manca, ad oggi, un "luogo" politico in cui le forze dell'Unione si possano confrontare per scegliere insieme il futuro di Enìa». È questa la conclusione cui giunge in un intervento il segretario provinciale di Rifondazione comunista, Nando Mainardi.
Il riferimento è al progetto della super-utility del Nord Italia che tiene banco nel dibattito economico sulla stampa nazionale: un'aggregazione maiuscola, da far nascere fondendo, per cominciare, Aem Milano, Asm Brescia, Enìa, magari Hera Bologna e Iride di Genova e Torino.
E i vertici di Enìa, secondo quanto è emerso a Parma nei giorni scorsi durante l'incontro di presentazione alla stampa del nuovo amministratore delegato Ivan Strozzi, sarebbero favorevoli.
«E' evidente che la realizzazione di una "super-utility" del Nord - prosegue il comunicato di Rifondazione - significherebbe ragionare sempre di più nella logica del mercato dei servizi e sempre meno nella logica del proprio territorio di riferimento. C'è cioè il rischio della perdita di un soggetto di riferimento, aggravato dalla volontà rinnovata di partire con la quotazione in Borsa».
«Noi chiediamo - considera ancora Mainardi - che nei prossimi mesi l'Unione si confronti e discuta, anche facendo riferimento al programma con il quale il centrosinistra ha vinto le scorse elezione regionali e in cui si faceva riferimento alla costituzione di un'unica multiutility in Emilia Romagna. Non può essere che scelte fondamentali vengano assunte in luoghi estranei a quelli del confronto collettivo». «Cogliamo nelle recenti dichiarazioni del presidente di Enìa Andrea Allodi - conclude la nota di Mainardi - l'assenza di qualsiasi riferimento al futuro nella gestione dell'acqua: evidentemente, poiché il governo Prodi l'ha connotata come bene comune pubblico, non interessa in quanto estranea ad una logica di business».